Sul palcoscenico la mia malattia trova il suo spazio, si racconta, si sana

FotoperImmagineCon il teatro rivivo, non recito, non copio la vita, la trasformo;  non  indosso maschere, le tolgo; metto in scena  i miei molti personaggi; esprimo la verità, sono la mia malattia che sul palcoscenico trova il suo spazio, si racconta, si sana.

Ogni essere umano,  nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi, concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’ attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura. ( P. Coelho Brida)

Il teatro

  • è una forma d’arte che aiuta il giardiniere-uomo a curare il suo giardino interiore permettendogli di scoprire le mille forme di vita in esso presenti , di sentirle e farle proprie, riconoscendole e amandole come parte di sé;
  • è, o può essere, per chi ha il coraggio di vivere questa esperienza, una forma di comunicazione analogica e digitale, intrapsichica ed interpersonale che ci fa crescere dentro e fuori di noi, con me e con l’altro;
  • è la possibilità di darsi dei permessi, di osare, di contravvenire a ruoli predefiniti, genitorialmente e socialmente accettati, sostenuti e condivisi; è una forma di libertà, è un recitare restando autentici, è scegliersi un ruolo e poi un altro per rivestirli tutti e provare il disagio o l’agio del risiedere nell’uno o nell’altro;
  • è un nascondere la propria identità scoprendola, è catarsi, possibilità di rivivere e mettere in scena esperienze e traumi pregressi liberandosi della carica emotiva negativa ad essi legati;
  • è la possibilità di esprimere sul palcoscenico un’ emozione positiva, una energia a volte assente nel quotidiano fatto di toni smorzati, di scarsi entusiasmi, di imbriglianti corde intessute di dettami etico comportamentali;
  • è la possibilità di rispondere a se stessi, di dare forme nuove al proprio corpo, di svelare energie sopite; è anche la risposta ad una storia che nasce prima, che appartiene all’Uomo, alle narrazioni pre-scientifiche, pre-narrative che ci riportano in uno spazio senza spazio, in un tempo senza tempo, dove il qui e ora sono lì e allora, dove tutto si svolge e riverbera nella spirale di un itinerario della storia filogenetica che si compie, che si crea e si ricrea nell’Esistenza di ognuno di noi;

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  • è la nostra storia, è la storia dei nostri archetipi, è la storia della nostra armonia e delle disarmonia che producono cambiamento, delle armonie che ci sanano e delle disarmonie che ci fanno ammalare o ci indicano la strada per guarire.

Il teatro come spazio sacro, fatto di improvvisazioni, di agiti che sanano, che rimandano ad eco lontane, a sottofondi emotivi che appartengo alla mia e all’umanità di chi mi guarda, allo spazio che mi circonda ad una dimensione olistica, in una prospettiva sistemica.

Uno spazio intermedio, Winnicottiano, transizionale, uno iato tra due verità, tra due aspetti di un conflitto dove posso vivere lo stare nel mezzo, uno spazio reale ma, al tempo stesso extra quotidiano.

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Rientro nella categoria delle persone cui è stato dedicato il testo,o forse questo accadeva quando l’ho letto per la prima volta, quando ero tra coloro  che avrebbero voluto recitare la propria autenticità ma non sempre osavano  farlo, per paura, per vergogna, perché arroccata e protetta in e da un ruolo che mi apparteneva da anni e che, con gli anni, si era ulteriormente consolidato, perché , ancora oggi, forse molto meno giardiniere di quanto vorrei ma sicuramente molto poco costruttore, in bilico, un po’ border line, tra la staticità e il cambiamento, tra vincoli copionali e spontaneità reattiva agli eventi interni ed esterni, tra stereotipi e visioni più nitide del sé, degli altri, del mondo. Ho letto questo libro nel 2007 perché inserito in un percorso di preparazione teorica all’ interno di una formazione alla teatro terapia, lo rileggo oggi, uguale ma diverso, nelle parole che lasciano un’impronta rinnovata su un terreno ormai più solcato dalla crescita, dalle esperienze, reso più capace di accogliere, più sgranato, ma non ancora del tutto capace di aprirsi ad ogni tipo di coltura, di esperienza , di sperimentazione.
L’educazione familiare e sociale ci ha abituati a sentirci “sani” se omologati e conformi, se bravi e astuti nel non far emergere le nostre nevrosi per cui, mettere in scena la propria “follia”, permetterci spontaneità e catarsi , ci espone al rischio di “esporre” la nostra ombra, la parte di noi che poco conosciamo, poco vogliamo conoscere, poco amiamo, poco accettiamo, molto neghiamo. Ombra, sì, a proposito di essa, T. Dethlefsen e R. Dahlke in “Malattia e Destino” ci aiutano a capire quanto importante sia riconoscerla, accoglierla, viverla, integrarla perché diventi salvifica, salutare perché ci indichi la mancanza dell’equilibrio, dell’armonia, la mancanza ad essere. Nel gioco serio del teatro interpretiamo quello che temiamo ma che ci manca e così guariamo in una trasmutazione che supera le dualità e ci riporta all’Uno sperimentando una dimensione di non controllo, di spontaneità. Smettendo i panni del mio Io, o di quello che credevo essere tale, mi approprio di me.

foto4 Attraverso il lavoro psicoterapeutico l’Io scopre e integra le diverse sue parti stimolato da un processo guidato di consapevolezza e conoscenza. Nella teatro terapia tale percorso avviene attraverso l’ingranamento di Racamier e ogni volta, si è se stessi in un altro, si è in coppia con un altro da me, il mio personaggio, che è me, diventa me e vive in me, con me, mi cambia , mi trasforma in un confronto da cui emergono i demoni interiori. Tale esperienza ci rende flessibili e attraverso un’apparente frammentazione ritrovo un’integrità rinnovata e scevra, liberata da maschere fisse e stereotipate.

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L’ingranamento è un concetto di natura psicoanalitica che può essere applicato alla vita psichica individuale, familiare e gruppale. Descrive una modalità di influenza reciproca che si presenta come un incastro del tutto privo di un mediatore psichico elaborato. Il termine si riferisce, in origine, ad una nozione di meccanica, che designa l’azione di mettere in presa diretta l’elemento di un ingranaggio con un altro: due ruote dentate, disposte in modo tale che il movimento dell’ una trascini con sé e metta in movimento l’altra. Molti aspetti dell’ingranamento si ritrovano anche sul versante psichico : la provenienza meccanica sottolinea il carattere sia dinamico che ripetitivo di esso; l’esistenza di almeno due elementi in gioco (le due ruote dentate) ne definisce la dimensione intrinsecamente interattiva; gli elementi vengano a formare, in stato di movimento, un insieme unico (l’ingranaggio) che immediatamente fa pensare alla potenza unificante di tale “accoppiamento” tra me e il mio personaggio e dell’uno che incide sull’altro in un’azione sinergica, reversibile e quindi terapeutica e catartica. Vivo l’apparente paradosso di essere più di un me e mettendoli in scena li riconosco tutti, li integro, li faccio miei e posso essere padre e figlio, buono e cattivo, puro e impuro, donna e uomo, libero e coatto, stupido e intelligente, il dolore e la gioia, la paura e il coraggio, il passato e il presente, sano e malato. Imparo che essere l’uno significa anche essere l’altro e accolgo le nuove parti di me, prima scartate, negate , non riconosciute che emergevano in forme deteriori, si manifestavano con sintomi altri e patologie. L’ingranamento definisce contemporaneamente una modalità di relazione e una forma di funzionamento psichico, un doppio intreccio: tra l’intrapsichico e l’interattivo, che mette in comunicazione, crea, mette in scena, rivela. L’Io di ogni protagonista è dunque massicciamente coinvolto nella relazione di ingranamento: se immaginiamo l’uomo-attore come un prototipo formato da almeno due ingranaggi, uno è il suo, l’altro del personaggio che recita, si instaurano due persone psichiche in risonanza tra loro. Nella reversibilità del meccanismo dell’ingranamento risiede il vero segreto del teatro e la sua funzione terapeutica e catartica.

Si vive il paradosso di essere se stessi e un altro, non più solo se stesso, non più solo un personaggio. Se interpreto un testo scritto da altri sono solo personaggio. La vera magia alchemica invece avviene quando sulla scena non sono mai solo, sono doppio, in coppia, ingranato con il mio personaggio, una diade o anche triade. Sono io bella, giovane ed elegante ma sono anche il mio sentirmi brutta, la paura della vecchiaia, la voglia di essere trasandata. Sono la rigidità vegana e il salutismo estremo e il suo contrario che erutta dal vulcano delle convinzioni che mi proteggono. Porto in scena il mio animus e la mia anima, nello spazio teatrale la lieve ma folle dissociazione che mi fa essere me e altro da me apre una nuova gestalt. La disinvoltura e la spontaneità nel vivere ed integrare nuovi copioni (in senso Analitico Transazionale oltre che teatrale) si evidenzia ed emerge anche nel corpo dando origine a nuovi schemi somatici; ed è così che dopo il training diveniamo aperti nei gesti , il muoversi nello spazio diventa armonico e le ‘corazze’ lasciano il posto alla libera espressione, al movimento spontaneo sul palcoscenico, nei dialoghi tra le diverse parti di me e nel contatto con gli altri e con l’ambiente che mi circonda. La storia del teatro nasce con l’uomo e la teatro terapia vuole tornare all’uomo.

La storia del teatro nasce dal rito, dal mito, dal bisogno di non sentirsi soli, dal bisogno di riscattarsi dalle paure, di nascere e rinascere.

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L’uomo non più cavernicolo ma informatico post positivistico ha dovuto adattarsi, ha costruito personaggi e posture che lo hanno protetto o ha ipotizzato potessero svolgere questo compito . A tal proposito dice Galimberti:

Gli dèi ci hanno abbandonato e il mondo ha perso il suo incanto. Ma il disincanto del mondo offre fenditure tragiche, guardate da un dio che non redime perché reso muto e a sua volta irredento. Forse gli dèi sono sempre stati impietosi con gli uomini, ma la venerazione degli uomini li placava. I miti sono il precipitato storico di questa supplica, dove un misto di invocazione e di terrore si addolciva nella figura del racconto. La primitiva angoscia si smorzava nell’andamento tranquillo della narrazione, dove il lavoro della ragione stemperava le tracce della follia che da sempre abita il sacro e di cui il mito è la prima parola…
Ora, resi esangui dalla nostra ragione, i contenuti mitici continuano ad abitare i nostri sogni, la nostre passioni, le nostre angosce, in quegli itinerari incerti e bui della nostra anima dove ognuno deve vedersela da solo con demoni e dèi, ma di loro abbiamo perso l’origine, il luogo e il nome. In questa condizione non possiamo riconoscerli e non possiamo chiamarli. Altre mitologie avanzano e con esse un altro tipo di umanità, rispetto alla quale l’uomo storico, quello che noi conosciamo, sta diventando di giorno in giorno sempre più preistorico. Non c’è rimpianto in tutto questo, solo un invito alla consapevolezza (da U. Galimberti, Orme del sacro).

L’uomo la cui personalità è la risultante di un “politeismo di demoni interiori” ha bisogno che questi si incarnino nel suo corpo e agiscano. Il rischio è il frazionamento, la schizofrenia, il conflitto interiore oppure la coerenza tra le diversità, un transitare morbido tra le diverse parti di me, un danzare tra i ruoli e tra i personaggi ingranandoli. Il fare teatro alla maniera di Grotowski è recuperare in parte questa consapevolezza, è un voler essere ‘salvifici’ è, come dice Antonin Artaud, far sì che oggetto del teatro sia la creazione dei miti ormai perduti. Stanislavskij inaugura così una nuova figura di regista quella pedagogica per un teatro per l’attore, per un teatro per l’uomo che vuole ritrovare se stesso. Attraverso la reviviscenza l’attore crea, vive, si mette in gioco, non rappresenta, egli è; muore e rinasce, ogni volta nuovo, ogni volta diverso e con lui lo spettatore. Lo spazio tra loro è minimo, anzi inesistente, fatto delle stesse emozioni. Con Grotowski nulla più è rappresentato o esibito ma il teatro diviene il partecipare ad una cerimonia che porta tutti, attori e spettatori  ad incontrare un “Io precedente”, una regressione attraverso un training fatto di gesti, di flusso creativo che non lascia spazio e tempo tra il pensiero e l’azione.  L’ attore libera se stesso, i suoi ricordi, mette in scena non una recita ma una rappresentazione trascendente, attraverso un processo in cui è coinvolto da solo e insieme agli altri, nel quale è attore e spettatore e rende gli altri, attori e spettatori. Sperimenterà la catarsi attraverso un flusso creativo fatto di spontaneità e improvvisazione ma paradossalmente di disciplina e controllo in una conjunctio oppositorum apparentemente paradossale. Il personaggio diviene lo strumento che l’attore ha a disposizione per scoprire se stesso, svelarsi e liberarsi di blocchi emotivi e psico-fisici attraverso un linguaggio i cui codici sono diversi dal quotidiano, è un procedere verso l’incerto, verso ciò che ci destabilizza, verso l’ignoto. Il teatro così inteso  frantuma le maschere fisse e stereotipate, libera il corpo e la voce, dà vita a più personaggi e reinterpreta, ogni volta, nuove e rinnovate identità. Con il teatro, con questo tipo di teatro,  integro nuovi aspetti di me senza timore di perdere la mia identità, faccio vuoto per accogliere il nuovo. Una libertà che è ricerca quotidiana di un rapporto con il proprio corpo fisico, mentale, e motivo e trascendente: è una ricerca  del vero attraverso la simulazione, della verità attraverso la menzogna, del passato che si attua , del presente che si ricorda. Sempre Galimberti sottolinea la differenza tra il pensiero ordinato della ragione e il pensiero dischiuso del mito, tra un’esegesi che è violenza dell’interpretazione, che è esodo da una parola che si sa decaduta, parola perduta per l’evento sacrale.

Le società più diventano razionali, più aboliscono il linguaggio simbolico, togliendo sempre più spazio alle manifestazioni emotive che hanno nel corpo la loro radice. Eppure non è la razionalità ma è il fenomeno emotivo a far vivere i codici. Non basta infatti un sistema di segni perché vi sia senso: il senso è sempre immesso da un referente emotivo, che può essere anche la paura per la decodificazione parziale o totale.  Il linguaggio primitivo, che usa metafore organiche per esprimere le emozioni, parla del cuore, dello stomaco, del fegato, dei reni e in generale degli organi corporei come della sede delle reazioni emotive e poi trasferisce questi organi fuori di sé per nominare le cose del mondo, per cui la casa ha una “faccia”, il vaso una “pancia”, il villaggio una “fronte”.  Con ciò il corpo e le sue parti non diventano il referente o il codice di tutti i codici, ma ciò che traduce un codice nell’altro, un sentimento in un organo, un organo in una cosa del mondo.  La danza è il simbolo vivente di questa continua e ininterrotta traduzione, e a partire da qui possiamo incominciare a capire quel frammento gnostico che recita: “Chi non danza non sa cosa succede” (Inno siriano).

Ad avvalorare tale visione in senso personale , antropologico ma anche sociale, culturale e storico Nietzsche dice ne La nascita della tragedia:

Ed ecco l’uomo senza miti, eternamente affamato, tra le reliquie del passato, affaticarsi a frugare e scavare in cerca di radici (…). Che cosa mai vuol dire l’enorme bisogno storico dell’insoddisfatta cultura moderna, la raccolta di innumerevoli altre culture, la divorante brama di conoscenza, se non la perdita del mito, la perdita della patria mitica, del mitico grembo materno?

La prima forma di teatro la ritroviamo nel rito di iniziazione: in un posto separato dalla comunità i giovani arrivavano cosparsi di argilla, lo stregone con la maschera sul viso indicava loro le prove che avrebbero dovuto superare. Durante la cerimonia i giovani cadono fingendosi morti e quando si alzano non sono più giovani ma adulti. La magia di un tempo e di un luogo che trasforma.

Il disagio individuale odierno non è il risultato solo di una particolare o dolorosa storia personale ma è anche il disagio di un uomo, quello post-moderno la cui identità è messa fortemente in crisi da una società di cui non si sente parte, una società senza riferimenti certi, che non offre valori comuni, che non possiede più miti. Un mondo liquido come lo definisce Zigmunt Bauman. Un mondo che la scienza ci spiega, o pretende di spiegare, un mondo dove non si vive in armonia, dove si dimentica il corpo o si vive di corpo dimenticando il cuore, dove la mente e la performance la fa da padrone, un mondo nel quale i ritmi di vita non rispettano i dettami fisiologici e le stagioni della nostra anima, un mondo fatto di cemento, di traffico e lavoro, un mondo grigio, un mondo nel quale non si danza né da soli, né in compagnia. Un mondo nel quale non sappiamo poi dove dirigere le nostre paure e le nostre tensioni, nel quale condividiamo poco la gioia, c’è poco spazio per l’espressione e la condivisione dell’amore, della tristezza, del dolore, del contatto, dell’abbraccio.

foto8Il gioco, la danza, la meditazione, la musica, il contatto con la natura devono riprendere il loro posto nella vita dell’uomo per ritrovare quell’equilibrio psico-fisico spesso così precario.
Ed ecco emergere una serie di segnali, disturbi dell’emotività, malattie psicosomatiche, di “sentiti” non riconosciuti, non percepiti che risuonano sull’anima, sul corpo, su foglietti embrionali stratificati nell’evoluzione filogenetica ed ontogenetica (Hamer) che spesso si pensa di poter curare dall’esterno con farmaci miracolosi che risolvono momentaneamente la situazione senza rimuoverne la causa, senza riviverne lo shock (DHS).
L’uomo tecnologizzato, igienicamente sano, pulito, profumato, efficiente, sempre giovane, in carriera, aggiornato, alla moda, spesso si confronta o avverte un disagio, una sensazione a cui non sa dare un nome, una melanconia di fondo che lo accompagna, un ripiegamento in se stesso o una sfrenata ricerca di qualcosa che non trova in nessun luogo e lo rende insoddisfatto, frustrato, malato. Pervaso da un’anomia personale e sociale è disorientato perché, nonostante sia riuscito a conseguire quello che la società da lui richiede, dovrebbe sentirsi centrato, ma spesso si sente perso, insicuro, vuoto, disorientato, senza mete, solo, malato.

Le nuove modalità terapeutiche offrono oggi un’occasione per iniziare a ricontattarsi, a riconoscersi, scrollandosi paraventi, maschere, ruoli fittizi; ma non è facile, molto meglio, per tanti, restare nel guscio piuttosto che uscirne, fa paura, ci si sente nudi e ridicoli all’inizio, si tende a rientrare, a starsene lì, protetti, senza permettere a se stessi di estrinsecare le innumerevoli potenzialità di cui si è portatori. Le diverse forme di arte terapia, attraverso i linguaggi non verbali, il rito, la non parola,favoriscono la liberazione del nostro essere, utilizzano il pensiero divergente, i colori, il movimento, la voce, la musica, il respiro, il corpo.

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Ci mettono in contatto con i suoni, gli odori, il tatto, il gusto, offrendoci un ventaglio comunicativo diverso e variegato poco mediato dall’emisfero sinistro; utilizzano la comunicazione attraverso l’azione, permettono alla fisicità di fluire, permettono il superamento di tante resistenze che sono all’origine di copioni somatici ed emotivi limitanti, di corazze Lowenianamente intese, sono un’occasione per ritrovare una nuova armonia con se stessi e con gli altri attraverso la libera espressione in un setting adeguato, naturale e armonico.

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L’uomo, il suo essere ‘persona’ ha bisogno di trascendere dal proprio sé, di dare forma a qualcosa che vibra fuori e dentro di lui e a cui dovrà dare il sigillo di eternità, che vada al di fuori del tempo e dello spazio; a tale proposito Nietzsche dice:

Il declino della tragedia greca (…), evento che procedeva talmente d’accordo con una degenerazione e trasformazione del carattere del popolo greco, da indurci a riflettere seriamente come nei loro elementi fondamentali l’arte e il popolo, il mito e il costume, la tragedia e lo stato siano necessariamente e strettamente intrecciati. Il tramonto della tragedia fu nello stesso tempo il tramonto del mito. Fino allora i greci erano stati istintivamente costretti a riconnettere subito coi loro miti tutta la vita vissuta, anzi a non potersela spiegare se non per mezzo di codesta connessione…  E un popolo, come, del resto, anche un uomo, solo di tanto vale, di quanto sa imprimere sugli eventi della sua vita il sigillo dell’eterno; giacché così egli si pone, per così dire, fuori dal mondo, e mostra la sua inconscia, intima persuasione della relatività del tempo e del significato vero, cioè metafisico, della vita (Nietzsche, La nascita della tragedia).

Dal punto di vista di Jung, miti e sogni traggono motivazioni da un’unica fonte psicofisiologica, ovvero l’immaginazione umana stimolata dalle contrastanti pulsioni degli organi del corpo la cui anatomia non è praticamente mutata dal 40.000 a.C. Di conseguenza, quanto le immagini di un sogno sono metafore della situazione psicologica di chi sogna, tanto le immagini di una mitologia sono metafore dell’atteggiamento psicologico del popolo cui appartengono.
Così come il teatro realizza la sua autenticità nella menzogna, diventa realtà nella finzione, spontaneità nelle regole, individuazione di personaggi e diffusione di ruoli, l’uomo può riconoscersi uomo, trascendendo la sua natura, potrà centrarsi riconoscendosi una particella del creato,una goccia di un grande fiume che scorre indipendentemente da lui, sa di farne parte. Nel teatro e con il teatro posso ingranare la mia malattia, metterla in scena con me, accanto a me, di fronte a me.

foto11La riconosco, le do un ruolo sul palcoscenico, le do voce, la faccio parlare, la ascolto. Sento cosa ha da dirmi, perché la malattia è un messaggio che mette in evidenza la disonestà dei nostri schemi apparentemente perfetti, mette in evidenza la precarietà delle identificazioni del nostro Io che non è il nostro Sé.

Mettere in scena la propria dermatite significa appropriarsi del suo significato, significa guardare in faccia l’abbandono, sentirlo sulla pelle, avvertire e rivivere la perdita, la separazione di un contatto con i propri genitori, figli o partner, significa svelare questo dolore, questo abbandono, ed evitare così recidive. Non è meno doloroso ma più autentico. Forse sostituirò quel sintomo con un altro che segna un’altra disarmonia o mancanza esistenziale ma non resterò bloccata, potrò continuare il mio lavoro di giardiniere e godere di nuovi abbracci, di nuovi contatti.
Potrò scegliere di essere gabbia, interpreterò me stessa attraverso l’essere immobili, rigidi, di ferro, sceglierò il mio spazio, che sarà un angolo infondo del palcoscenico e starò lì circondata dalle sbarre, dalle mie sbarre, fatte di paura, che sostengono una sclerosi e rappresenterò il mio non poter o non saper procedere, il mio non saper cosa fare, non essere in grado di prendere una decisione.
Sulla scena sceglierò di essere un ballerino, sceglierò di ballare un tango, rigido nei passi ma capace di muovermi abbracciato ai miei blocchi alla schiena che gridano un conflitto tra l’impalcatura protettiva della mia rigidità mentale, emotiva e fisica e il dolore muscolare che mette in luce la voglia di volare, osare ma anche la paura di poter cadere, di poter sbagliare e abbattere l’impalcatura del “Sii perfetto” e scoprirmi insicuro, nudo. Un ballo intenso tra me e il mio partner immaginario ma reale, tra il mio essere infallibile e il permesso di essere morbido e poter vivere sbagliando, essendo.
L’interpretare un ruolo in scena può consentire di esperire delle parti di sé che ci si rifiuta di conoscere in prima persona, ma che possono essere vissute attraverso la dimensione sicura del “personaggio” che acconsente di sospendere temporaneamente le conseguenze delle proprie azioni pur permettendo di ascoltarne i vissuti che il “rappresentare” può generare.

foto12Il teatro diviene, in tal modo, un gioco di ruoli e di sensazioni che, attraverso l’interpretazione di storie reali o fittizie, apparentemente non appartenenti, consente di esplorarsi: è in tal modo che il teatro assolve alla funzione terapeutica che nasce dall’agevolare la piena espressione e realizzazione di se stessi, superando pregiudizi e stereotipi, accogliendo dolcemente parti rifiutate della propria storia o di se stessi che possono essere rimesse in scena nella finzione e reincastrate nel proprio mondo interno.

foto13Dopo aver creato un luogo protetto di rappresentazione delle parti più intime di sé una persona può scoprire e ristrutturare la propria personalità attraverso il personaggio, lasciando cadere le maschere e accedendo alla propria vera identità, alle diverse identità, a ciò che può sentire di essere, trovandosi nei panni di ciò che nella quotidianità non è e non riesce ad essere. L’approccio teatroterapeutico consente altresì di agire ciò che non si può esprimere a parole o che non sarebbe ugualmente liberatorio raccontare, consentendo un’“abreazione scenica” che può coinvolgere eventi vissuti nel passato che possono essere simbolicamente ripercorsi e trasformati attraverso l’improvvisazione che rende possibile riscrivere e trasformare una sceneggiatura, cambiando dettagli comportamentali e sfumature emozionali anche più e più volte.
Imparerò cosi nuove reazioni cognitive e comportamentali sperimentando un altro “sé” in situazioni temute che possono essere affrontate, attraverso la drammatizzazione, seguendo percorsi graduali di desensibilizzazione in grado di insegnare a comprendere le proprie reazioni disfunzionali e di allenare, nella finzione scenica, nuove risposte psicofisiche adattive e efficienti.
La condizione fondamentale perché qualsiasi obiettivo della teatro terapia possa essere raggiunto è che venga creato un clima di gruppo in cui si favorisce la libertà di espressione di sé, la rinuncia al giudizio verbale e non verbale, in modo che possa essere intrecciata un’autentica comunicazione interiore e una possibilità di relazionarsi con gli altri partecipanti.

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Nella teatro terapia sono tre le fasi fondamentali.
1) Pre-espressiva che mira a sciogliere paure e resistenze e permette all’attore-paziente di prendere coscienza di sé a partire dalla comunicazione globale che comprende in modo profondo anche il corpo e la voce.

foto15In questa fase si sperimentano esercizi di movimento, di contatto, di vocalizzazione o di narrazione centrati sull’esplorazione senza forma. Tecniche di ascolto delle proprie emozioni, di consapevolezza dei propri pensieri e dei propri movimenti nello spazio scenico. La musica, la danza libera, il corpo nello spazio cominciano a scardinare anni di “compostezza” , di corpi irrigiditi e imbottigliati. Le energie cominciano a scorrere e a riattivare chakra sopiti, spenti, non ascoltati o molto attivati. L’alternanza dei momenti di attivazione/rilassamento sarà un modo per riequilibrare le curve energetiche e imparare a riconoscere il nostro corpo nei diversi momenti. Il sudore, il calore, il battito cardiaco, il respiro, la circolazione cominceranno ad appartenerci e consapevolizzeremo il nostro corpo e come reagisce nei diversi momenti e impareremo a stare, semplicemente a stare, nella fermezza, nel silenzio, nell’ascolto del dentro, nel contatto con l’altro. Impareremo a godere del tempo e dello spazio, a riorganizzarlo, a dargli un peso o ad accorgerci che un peso non ce l’ ha. E saremo persone, e saremo alberi, e saremo montagne, nuvole, animali, esseri reali o immaginari, e saremo passato e presente, e saremo futuro e saremo pensiero che produce energia, lacrima che racconta sorriso che mente dolore che nutre; saremo sogno saremo realtà gravidi di noi; partoriremo; vedremo al buio nelle passeggiate notturne nel bosco e saremo ciechi di giorno, parleremo con il silenzio, la nostra parola resterà muta.

2) Espressiva che è finalizzata alla costruzione del personaggio. Si tratta di una fase di improvvisazione e di scelta di aspetti di sé a cui dare attenzione e un “linguaggio”.

foto18In questa fase si sperimentano uno o più ruoli attraverso esercizi-guida che possono riguardare la costruzione di maschere, l’interpretazione di oggetti, di animali o lo sviluppo di temi suggeriti dal conduttore o dai partecipanti. In alcuni casi in questa fase vengono selezionati copioni tratti da opere esistenti (trame, poesie, favole, sogni, diari), oppure si sperimentano alcuni ruoli modificando parti preesistenti e creando dialoghi e movimenti di scena personalizzati dagli attori-pazienti;

3) Post-espressiva che mira ad integrare azioni e testi prodotti in un allestimento scenico, mettendo insieme, cucendo e dando un senso di gruppo alle improvvisazioni. Si analizzano i vissuti e si razionalizza sui processi avvenuti in precedenza, cambiando ciò che si desidera cambiare in vista dell’obiettivo e di una rielaborazione condivisa. In questa fase si analizza con distacco il personaggio, diventando osservatori esterni e registi di se stessi, un lavoro che permette di definire dettagli attraverso un percorso che risponde al bisogno e alla possibilità di mettere in relazione mondo interno e mondo esterno.

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Con Grotowski si inaugura un teatro dove nulla è rappresentato, ma diviene una cerimonia che libera l’inconscio personale e collettivo, un teatro –laboratorio fatto di gesti, silenzi ed improvvisazione, perché io viva ciò che sento in un flusso creativo dove il gesto è il sentito, è il pensato, senza alcuna mediazione strutturata o interpretativa.
Il personaggio che si viene a creare è lo strumento che ha l’ attore per raggiungere gli strati segreti della sua personalità e per disfarsi di ciò che più lo ferisce; è la continua ricerca dell’autenticità mostrata senza remore, lì l’ attore trova il suo centro senza la mediazione del comprendere.
L’attore/cliente è colui che porta in scena le cose che non comprende o non conosce, che pesca da dentro, dal grande sacco dell’inconscio e da loro una forma, sono il suo passato dimenticato, il suo presente rinnegato, sono il suo futuro autentico: è l’arte di ciò che è consciamente ignoto.

foto20Con la teatro terapia si inaugura un percorso per un uomo che possa iniziare a leggersi, ad imparare un nuovo linguaggio, che possa aprire il suo abbecedario e dare un nome a quel che sente, a quel che prova, perché possa decodificare i messaggi provenienti dal suo stesso corpo, alieno da sé, sconosciuto o misconosciuto, ammutolito dalla chimica che respinge le sue grida, o la sua gioia.
Nel gruppo e con il gruppo egli contribuisce al fluire, fa parte di una corrente ma può imparare a riconoscersi, a rendere migliore e più consapevole il suo ‘essere nel mondo’ e che va al di là del mondo. Ogni atto,ogni terapia, ogni stimolo, ogni lettura, ogni opera d’arte, ogni tramonto,ogni energia o vibrazione che può aiutarci a raggiungere questa consapevolezza è un contributo alla nostra Umanità e alla scoperta della parte divina in noi. Un’antica leggenda indù racconta che in origine tutti gli uomini erano dei.

Gli esseri umani, tuttavia, abusavano spaventosamente della loro divinità. Brahma, il Creatore, decise così di togliere loro il potere e di nasconderlo in un luogo che nessun uomo potesse rintracciare. Il problema più grande era trovare un tale nascondiglio. Convocati per risolvere il problema, gli altri dei fecero le seguenti proposte: “Sotterriamo la divinità degli uomini nella terra”. Ma Brama rispose: “No, non è sufficiente!Gli uomini la ritroverebbero”. Allora gli dei fecero un’altra proposta: “Sprofondiamo la divinità negli abissi più profondi dell’oceano”. Di nuovo Brahma rispose: “No, Prima o poi la ritroverebbero”: Gli dei non sapevano più cosa consigliare: “Dove possiamo nascondere la divinità?Non esiste un luogo sulla terra e nemmeno nel mare dove gli uomini non la troverebbero”. In tutta la sua saggezza Brahma rispose. “Ecco cosa faremo della divinità degli uomini. La nasconderemo nella parte più profonda dell’uomo stesso, perché è l’unico posto in cui non la cercherebbero mai”. Da quel giorno , l’uomo ha viaggiato per il mondo e scoperto tutti gli angoli più nascosti, si è tuffato e ha scavato per cercare qualcosa che poteva trovare soltanto dentro se stesso” (da un testo di E. Butterworth).

Nella scena e nella vita dovrebbe realizzarsi un travaso dalla biografia alla metafisica, dovremmo favorire il dissolversi dello sfondo temporale:

E il proscenio si apre a una forza occulta, che dà alle nostre vite una forma che è contemporaneamente universale ed individuale, un misterium tremendum et fascinans che, in fin dei conti, non è che il fuoco inestinguibile che esplode nelle galassie, divampa nel sole, viene riflesso nella luna e percorre le vene nel pulsare del desiderio (J. Campbell): è questa la magia della Vita, accogliamola tornando a guardare dentro di noi, rispettando la nostra e l’altrui divinità!

Nel laboratorio-teatro l’uomo è attore di se stesso perché in presenza, il proprio corpo diventa zen è un corpo nel qui e ora, è nella percezione dei suoi gesti e dei suoi movimenti, nella scoperta dei suoi muscoli contratti e rilassati, delle sue resistenze e del suo respiro, del suo esserci nello spazio. Ogni incontro va segnato, ritualizzato, celebrato in un setting predisposto e pronto ad accoglierlo e a proteggerlo. Un ambiente vissuto diverso dal solito, per poter sperimentare un sé diverso dal solito. Ogni incontro deve essere “segnato” da un rito, come quello dell’uomo primitivo che deve affrontare il buio, il bosco, l’animale feroce, il passaggio ad un nuovo status, appunto ad una nuova identità. Nel rito che unifica, che trascende, che appartiene a me, ma anche al gruppo, che mi mette in connessione con una dimensione trans-personale, mi sento di vibrare nel gesto che è mio ma appartiene anche all’altro in un flusso energetico che si potenzia e mi dà forza. E siamo attori e spettatori al contempo, siamo attivi, yang e passivi, yin.

foto23La cerimonia del rito iniziale sancisce il carattere sacro dell’Esistenza in una dimensione personale ma anche collettiva. Il simbolismo, il gioco, la narrazione di storie, il ruolo degli oggetti “caricati” pulsionalmente , la libertà di giocare, di inventare, di usare codice inusitati, di parlare Gibberish ci aprirà al cambiamento. Come dice Watzlawick, il linguaggio del cambiamento, è un linguaggio analogico, fatto di immagini, è il linguaggio dell’emisfero destro che parla con il sinistro attraverso l’utilizzo olistico della Gestalt, dell’Analisi Transazionale, della Bioenergetica si agisce la riscrittura. Come ci indica Henri Laborit l’eccessiva inibizione dell’azione ci fa ammalare ma, sulla scena possiamo, osiamo, districhiamo nodi corporei, messaggi inibitori, immaginiamo di abitare foreste e non stanze, di essere eroi, di vivere esperienze bambine, di parlare liberamente, di giocare sull’altalena e cantare a squarciagola e lì sconfiggiamo ingiunzioni e ci diamo i permessi e siamo e diveniamo creazione autentica.

foto24Quando entriamo nel non-giudizio il nostro essere si dispiega, le potenzialità creative emergono, la libera espressione del mio nuovo sé si esprime in tutta la sua potenza. La verità del teatro consiste nel lavoro dell’attore che sa diventare un altro, sa dilatare il suo sé e lo fa imparando la spontaneità, quella che per Moreno è il locus dell’Io, matrice di creatività. Più essa diminuisce, più l’Io si restringe.

E il gruppo amplifica, sostiene, mi aiuta attraverso processi di proiezione, identificazione e di decostruzione di armature fisiche e mentali, energetiche, muscolari, ben individuate da Reich e poi dal suo allievo Lowen con i punti di tensione che dal corpo rimandano a patologie fisiche, psicologiche e psichiatriche.

foto25Gli esercizi di rilassamento di carica e scarica non saranno pertanto semplici esercizi di riscaldamento nella fase pre-espressiva dell’attività ma saranno terapia  per un depresso dai livelli energetici bassi che ha bisogno di carica , di riempire i suoi polmoni (tristi e in vuoto  direbbe la MTC) con respirazioni profonde, esercizi sull’emissione della voce, movimento o dell’impulsivo- aggressivo che invece dovrà scaricare eccitazione in eccesso e imparare e riequilibrare un fuoco che divampa e può bruciare. La consapevolezza, il vivere nel presente induce ad assumere il proprio corpo come punto di partenza, si impara a “sentirsi”, a riconoscersi, a volersi bene, i processi posturali producono cambiamenti che modificano il corpo e la mente.

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Lentamente riconosceremo la rabbia contenuta negli avambracci o la tristezza nel torace compresso o la pressione sanguigna, il ritmo cardiaco dei meccanismi di “lotta o fuga”. Il massaggio, le meditazioni, il training autogeno, le immagini positive tutto potrà essere inserito nel training della teatro terapia, tutto potrà contribuire a “svelare”, e nella performance finale rivelerò il mio percorso e lo renderò ancora più consapevole, lo comunicherò con gesti e azioni, con quel corpo che ha imparato e sul palcoscenico la “magicamente” si compie, si realizza. Lì, sulla scena l’attore è trino: è corpo fisico, in relazione con la materia e con i suoi atti intenzionali; è corpo astrale, in relazione con l’anima, è pensiero ed è corpo eterico in relazione con l’ambiente, il sentimento e l’emozione: è un campo energetico in relazione con il campo di chi con lui partecipa e dello spettatore in interazione, in relazione, in “risonanza” come due diapason che vibrano all’unisono.

foto28La teatro terapia  si rifà all’idea dell’arte intesa come processo, percorso che stimola la ricerca personale in direzione del ritrovamento della propria storia, della storia collettiva, dei nostri veri sé; favorisce itinerari di consapevolezza emotiva, corporea, percettiva e razionale; fa rivivere il senso di appartenenza ma, attraverso la trascendenza, libera e sostiene un processo di separazione e di autonomia; è una forma di arte, nel senso più profondo di espressione della coscienza umana, ma è anche un processo psicoterapico di riconoscimento, consapevolezza e svelamento. Il teatro, il rito, la maschera, la catarsi, l’azione scenica, tutt’altro che spettacolo, diventano occasione di autenticità, di ri-trovamento del proprio io e del proprio sentiero di vita.

La relazione con me e con l’altro, apre a nuove opzioni comunicative, a nuovi canovacci relazionali.foto29

Il teatro, con i suoi simbolismi, modalità non verbali di comunicazione, immagini mitiche e realtà ancestrali, accelera processi di conoscenza e di ‘guarigione’ insiti in questo linguaggio che libera perché disinibitorio, transferale, proiettivo, identificativo, extra-quotidiano. Il rito della performance teatrale è molto antico, è legato alla storia dell’uomo e delle religioni: nell’interpretare il personaggio, l’uomo celebrava il passaggio delle età, il mutare degli anni e delle fasi di vita, il morire e il rinascere diverso davanti alla comunità che partecipa all’evento e lo vive intensamente.  Il palcoscenico, la ‘scena’, al di là della performance intesa in senso tradizionale, diviene uno spazio in cui si stabiliscono presenze, assenze, assertività, autostima, difficoltà, sentimenti, giocati tra modalità spazio-temporali e percezioni fatte di comunicazione prossemica, vocale, di respiro e voce, di silenzi e apnee.  Un nuovo spazio, per un nuovo universo che trascina, lontano, in una linea del tempo e dei ricordi, delle emozioni e dei pensieri non più lineare e rettilinea ma liberata dai consueti canoni; una spirale avvolgente che coinvolge attore e spettatore nel corpo, nel pensiero, nel cuore.

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L’attore,  grazie ad un allenamento ad essere, ad immaginare, a sentire, a divenire consapevole di movimenti corporei che stimolano emozioni, a sentire emozioni che muovono i muscoli, respiri che coinvolgono il pensiero o  pensieri che tolgono il respiro, diviene tutt’uno, è un unità di corpo, mente e cuore tale da trascinare a sé chi con lui cammina, gioca, agisce, comunica, decodifica, ascolta, guarda.

 

 

 


Perché tutto questo avvenga egli dovrà mettere in atto un percorso interiore che farà nascere una nuova
energia.

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a cura di Marilù Galiani

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Relazione e reinterpretazione personale ed olistica sul testo
Far teatro per capirsi 
di Walter Orioli,
Macro Edizioni, 1997

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